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Bartòk - Few Lazy Words

Bartòk - Few Lazy Words

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Minimalismo, suggestioni classiciste e riferimenti post-wave sempre in bilico, trovano la loro compiuta espressione nel nuovo lavoro “Few Lazy Words”, in cui si parano all’orizzonte inattese quanto splendide e suggestive venature pop. Un lavoro maturo, raffinato ed eterogeneo, che ripropone il quintetto fra le realtà più interessanti del panorama underground italiano.

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Minimalismo, suggestioni classiciste e riferimenti post-wave sempre in bilico, trovano la loro compiuta espressione nel nuovo lavoro “Few Lazy Words”, in cui si parano all’orizzonte inattese quanto splendide e suggestive venature pop. Un lavoro maturo, raffinato ed eterogeneo, che ripropone il quintetto fra le realtà più interessanti del panorama underground italiano. “Few Lazy Words” è stato composto in una settimana, alla "Sauna " di Varese (lo studio di riferimento dei gruppi indie varesini). Un lavoro nato di getto, come si capisce chiaramente dalle strutture estremamente semplificate dei pezzi. La band ha lavorato in maniera molto più organica rispetto all'album precedente; il violoncello, ad esempio, è stato parte integrante e a volte fondamentale nella stesura di molti pezzi, come si può ascoltare negli irreali quartetti di "Traffic Jam" o "Late Fragment". “Few Lazy Words” è stato portato poi alla sua forma compiuta al Red House Recording Studio, dove l’impegno massimo della band è stato quello di mantenere la freschezza della "prima stesura", evitando il più possibile sovraincisioni e suonando le parti strumentali in diretta. Tutto il materiale è stato registrato in soli 6 giorni concludendo così la fase più strettamente compositiva. Ai tempi estremamente veloci di composizione e realizzazione dei brani si contrappone l’estrema attenzione dedicata al missaggio, al quale sono state dedicate diverse sedute. La perizia con cui sono stati effettuati i missaggi rende il lavoro molto più organico rispetto a “The Finest Way To Offend You” e conferisce all’insieme un’aura ‘pop’. Nasce così un contrasto ulteriore nel sound già molto ambiguo del gruppo, anche se ad un ascolto più attento non sfugge la materia "bruta" che sta alla base dei pezzi. Questa ambiguità, per dirne una, è forse la componente più evidente del disco che, nella sua completezza, da l'impressione di significare più di quanto appaia ad un primo ascolto. Molto difficile individuare le influenze dirette di Bartòk, difficilmente, ascrivibili a questo o a quell'artista, ma più ampiamente identificabili in alcune aree, come il rock tedesco degli anni '70, l'industrial music e il gothic degli '80, certi autori "reazionari" del '900 (Shostacovich, Prokofiev), una certa "attitudine" psichedelica e un "modus" punk, così come certo progressive continentale, anche italiano. Forse c'è anche del jazz, ma solo di quello già di per se molto contaminato. Sicuramente non ci sono le ascendenze "colte" che sono state attribuite al gruppo, ne alcuna velleità di ricerca: la proposta di Bartòk è bizzarra ed eccentrica, ma rimane lontana la volontà di prendersi troppo sul serio. Tra gli ospiti dell’album: Giulio Favero degli One Dimensional Man, chitarra su “Walking My Blues Away” e il duo Q che ha fornito giuste dosi di elettronica in “In Cold Blood” e “Broken Lines”. credits